SENZA GIURISDIZIONE NON C'E MAGISTRATURA
SENZA GIURISDIZIONE NON C'E' AVVOCATURA
Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge (art. 25 Costituzione).
La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge (art. 101 Costituzione).
La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull’ordinamento giudiziario (art. 102 Costituzione).
La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge (art. 111 Costituzione).
La cerimonia dell’inaugurazione dell’anno giudiziario è alle porte e il Presidente della Corte d’Appello di Bari si appresta ad illustrare l’attività svolta nel periodo di riferimento denunciando le cause dalle quali derivano le disfunzioni più evidenti, indicando possibili rimedi, invitando al confronto magistrati, avvocati, istituzioni e società civile.
Ogni anno questa è l’occasione in cui è rappresentato pubblicamente e mediaticamente lo stato della giustizia in Italia.
Ed è la Carta Costituzionale, come sempre, ad affermare la centralità della funzione giurisdizionale in uno stato democratico.
Sebbene chiaro sia il richiamo all’amministrazione della giustizia e all’esercizio della funzione giurisdizionale, oggi però è nostro dovere dare risalto a ciò che non è detto altrettanto limpidamente dalle norme della Costituzione e che, forse perché sottinteso, è dimenticato: a chi spetta il compito di difendere e tutelare la giurisdizione?
Se il legislatore la smantella a colpi di provvedimenti scellerati, quale valore assumono oggi i principii sanciti dagli artt. 24, 25, 101, 102 e 111 della Costituzione? Chi si deve fare carico di affermarli sempre e comunque?
L’anno appena trascorso lo ricorderemo sicuramente non solo per le numerose manovre finanziarie ma soprattutto per il costante aumento dei costi per poter accedere alla giustizia. Importi del contributo unificato che, in alcuni casi come avviene nel campo del diritto amministrativo, non solo disincentivano il ricorso alla giustizia ma impediscono di fatto il controllo di legalità sull’operato della pubblica amministrazione.
Sentiamo parlare poi di motivazione della sentenza a pagamento, di prova testimoniale dinanzi al cancelliere a pagamento, di sanzioni in tema di richiesta di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza, di condanne in caso di inottemperanze nel procedimento di mediaconciliazione. E ancora, di revisione delle circoscrizioni giudiziarie e di soppressione degli uffici dei giudici di pace. Ovviamente, il criterio adottato è quello del risparmio delle spese e non quello del miglioramento del sistema.
E tutto questo mentre in altri e svariati settori della società civile l’imperativo è uno soltanto: tutelare il cittadino con la qualità e la varietà dei servizi senza aggravio di costi.
Ma se il pensiero economico è quello dominante, perché non applicarlo anche al sistema giustizia? Forse la funzione giurisdizionale di uno stato democratico è meno importante di quella di assicurare medicine e benzina nei supermercati?
Vorremmo coltivare la speranza che qualcuno ci dica, così come avviene in tema di tasse ed imposte, che il pagamento del contributo unificato in misura elevata si traduce in una migliore qualità del servizio e dei tempi dell’amministrazione della giustizia, ma siamo destinati a morire disperati: le risorse che vengono attinte dal cittadino che domanda giustizia vengono destinate ad attività che nulla hanno a che fare con la giurisdizione. La mancanza del personale amministrativo e il sottodimensionamento delle piante organiche dei giudici sono soltanto alcuni degli aspetti più eclatanti dello stato in cui versa l’amministrazione della giustizia.
Il legislatore mira a distogliere l’attenzione da questi problemi con l’introduzione di sistemi deflattivi senza prendere nemmeno in considerazione l’idea di intervenire seriamente in materia (ad esempio, la semplificazione, solo apparente, dei riti veramente darà i frutti sperati?).
Le soluzioni prospettate sono tutte al di fuori del processo, a costo zero per lo Stato e a pagamento per chi vuole fruirne.
Il nostro è un sentimento di imbarazzo e sconcerto di fronte al tentativo di voler smantellare la giurisdizione pubblica con l’introduzione di strumenti che devono invece affiancarla senza prenderne il posto e la centralità. I rimedi si individuano all’interno del processo e devono essere utilizzati per fare funzionare il processo.
E il sentimento si trasforma in impotenza quando si tratta di spiegare tutto questo al cittadino che, forse a sua insaputa, è e dev’essere al centro della giurisdizione. Non possiamo comprare intere pagine di giornali né partecipare a programmi televisivi né organizzare raccolte di firme per la strada, se la politica per prima non dà un’informazione corretta e reale su cosa si intende oggi per giurisdizione e per giustizia amministrata in nome del popolo.
Ma se la politica latita, a chi tocca questo ingrato compito? E soprattutto, perché non se ne parla? Questa cerimonia dev’essere un’occasione di confronto, anche aspro ma leale, tra tutti gli operatori del diritto e forse dovremmo dirci che la Costituzione, non tanto tra le righe, dà per scontato che la giurisdizione debba essere difesa, sempre e comunque, innanzitutto da coloro che la esercitano. Con amarezza, però, oggi constatiamo che anche la Magistratura dà l’impressione di essere completamente disinteressata come se la questione riguardasse unicamente l’Avvocatura. La funzione giurisdizionale è una e una soltanto e non ci si può ergere a sua difesa solo quando c’è un legislatore che legifera ad personam.
Senza giurisdizione non c’è Magistratura, senza giurisdizione non c’è Avvocatura.
L’invito quindi è a reagire. E a reagire insieme.
E l’invito è rivolto a tutti noi e alle istituzioni affinché non prevalga il desiderio liberatorio di una “fine” della giurisdizione pubblica che obblighi per necessità tutti coloro che operano nel sistema giustizia a rinunciare a qualche pretesa di categoria e a rimboccarsi le maniche per ribadire con forza quei principii costituzionali elementari su cui essa poggia. L’invito è quello di sfruttare tutte le occasioni come l’inaugurazione dell’anno giudiziario per poter spiegare, insieme, alla società civile che il nostro è un servizio a favore della società civile e del cittadino e che vogliamo renderlo al meglio delle nostre possibilità. Di uomini, mezzi e risorse.
Che sia veramente un buon anno giudiziario per tutti.
Bari, 27 gennaio 2012.
Sindacato Avvocati Bari – aderente ANF
Il Segretario
Avv. Luigi Pansini
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